LA STORIA DI BRESCIA

Le origini
Secondo la leggenda, pare che a fondare Brescia sia stato Ercole, che le avrebbe fornito anche la prima cinta di mura. Secondo altre leggende, si dice che Troe, fuggito da Troia in fiamme, abbia trovato rifugio qui e abbia chiamato la città Altilia, cioè l'altra Ilio, l'antico nome di Troia. C'è però chi attribuisce la nascita della città a Tiras, nipote di Noè, o a Cidno (o Cicno) il re dei Liguri, e, in effetti, il colle che sovrasta la città è il Cidneo: re Cidno lo avrebbe fortificato, nell'età del bronzo, dando il via all'antica città.
Sarebbero quindi i Liguri i primi abitanti del posto, ma anche gli Etruschi non sono lontani, abitano la pianura padana, conoscono le miniere di ferro delle Prealpi...Attraverso le Alpi, tra il VI e il IV sec. a. C., scesero i Galli (o Celti) che invasero ad ondate progressive la Pianura Padana abitata; furono i Galli Cenomani, con a capo Elitovio, che si insediarono per primi su questo territorio e a essi dobbiamo con tutta probabilità l'origine del nome di Brescia. Fu il colle Cidneo ad ispirare il nome ch'essi diedero alla città: bric o briga (radici celtiche che significano monte, altura o fortezza), sono infatti la base semantica su cui si costruì con ogni probabilità il nome Brixia, antenato già latino di Brescia. I Cenomani furono i soli Galli ad essere alleati della Repubblica Romana. Questo popolo, le cui radici indoeuropee si perdono nella stessa genealogia dello sviluppo occidentale, puntò orgogliosamente sul futuro, scommise su quei pastori volitivi e pratici che avevano fondato un impero sulle rive boscose del Tevere. Poi cambiano bandiera: si alleano ai Boi e agli Insubri contro i Romani e il calcolo è sbagliato. Sbaragliati sul campo, sono inglobati. E' il 187.
Un secolo più tardi Brixia ottiene il diritto latino e, nel 49 avanti Cristo, sotto Giulio Cesare, la piena cittadinanza romana. Seguono alcuni secoli di pace e di splendore poi, nel 476, con la dissoluzione dell'Impero Romano, Brescia subisce il flagello delle invasioni barbariche. Sulla città si avventano gli Eruli di Odoacre, gli Ostrogoti di Teodorico, i Bizantini di Narsete. Poi è la volta dei Longobardi di Alboino e la loro è la migrazione di un popolo. Dalla Pannonia, l'odierna Ungheria, centomila guerrieri più duecentomila persone, fra donne, vecchi e bambini, superano le Alpi. La città di Cividale diventa la loro capitale, il primo di 35 ducati (e Brescia sarà uno dei più importanti) sparsi per l'Italia. Alti ed energici, violenti e un po' puzzolenti (non amavano assolutamente lavarsi), sono chiamati Longobardi perchè portano lunghe alabarde, o, secondo Paolo Diacono, lunghe barbe. Di loro a Brescia restano monumenti, documenti e gioielli artistici che parlano dei Longobardi come di un grande popolo, un popolo di cui non conosciamo la lingua.e, pur vinti dai Franchi di Carlo Magno, non vengono mai cacciati, come, per esempio Goti e Ostrogoti. Rimangono, diventano gli italiani del nord. E longobarde sono molte parole del nostro dizionario (baruffa, faida, federa, panca, schiaffo, stamberga, stucco...) insieme a tanti nomi di luoghi. I Longobardi governano bene;.il loro dominio si estende fino al cuore dell'Italia, ma hanno rapporti sempre più tesi con la Chiesa e, quando la frizione giunge al massimo, la lotta è di potere...Inutilmente re Desiderio cerca di stringere un'alleanza coi Franchi, pronti a scendere in armi dal nord della Francia a favore del Papa. Concede in sposa a Carlo Magno l'adorata figlia Ermengarda, ma non basta. La ragione di Stato ha il sopravvento. Ermengarda, ripudiata, si rifugia a Brescia nel convento di San Salvatore, dove muore di dolore. Carlo Magno scende in Italia nel 773 ed assedia re Desiderio a Pavia e il figlio Adelchi a Verona. La lotta è impari. Se Verona cede quasi subito e Adelchi fugge a Costantinopoli, Pavia si arrende solo dopo dieci tremendi mesi di assedio: re Desiderio, fatto prigioniero, finirà i suoi giorni in Francia, nel monastero di Corbie. L'ultimo regnante Longobardo, Desiderio, passò alla storia per aver costruito due importantissimi monasteri benedettini: uno maschile a Leno e un secondo, femminile, che trovò luogo in città col nome di San Salvatore (più tardi S. Giulia), e che ospita oggi un importante museo di grande richiamo. Qui il Manzoni ambientò la splendida tragedia in versi dell'Adelchi e qui come da lui narrato, davvero trovò la morte la sorella di Ermengarda.
Carlo Magno, sconfitti definitivamente i Longobardi nel 774, si proclamerà Re dei Franchi e dei Longobardi e nell'800 sarà incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero.


Incisioni rupestri in Val Camonica

Decorazione scultorea di età longobarda: il Pavone

Carlo Magno

Il Medioevo
Al disgregarsi del Sacro Romano Impero di Carlo Magno, travolta nella grande contesa per il dominio dell'Italia tra Guido, duca di Spoleto, e Berengario, marchese del Friuli, Brescia parteggia per quest'ultimo. Sono anni bui, difficili, di immensa confusione. La grande svolta è la nascita del Comune di Brescia, nel 1090. Di fede guelfa, chiuso fra le città ghibelline di Bergamo e Cremona, vive guerre e continue scaramucce di confine. La tregua, se così si può dire, è data solo da un pericolo più grande e comune, la calata sull'Italia di Federico I imperatore, il Barbarossa. I Comuni si armano ma, dopo che Milano, in preda alla carestia, viene occupata e rasa al suolo, Brescia fa atto di obbedienza. Riceve il podestà imperiale ed accetta condizioni di resa gravissime, con l'abbattimento delle mura e delle torri (1162). Ma solo cinque anni dopo rialza fieramente la testa e si allea segretamente con Bergamo, Mantova e Cremona. Alla Lega si unisce anche Milano e, a Pontida, undici città si preparano allo scontro inevitabile. Il 29 maggio 1176 a Legnano è grande battaglia. Federico Barbarossa è sconfitto, ma i Comuni, smaltita la grande euforia per la vittoria, si ritrovano dopo dieci anni a lottare di nuovo contro l'imperatore: quando Federico II scende in Italia, accolto da Ezzelino da Romano e dai ghibellini, sulla linea dell'Oglio trova già schierate le città guelfe della Lega. Ma a Cortenuova, tra l'Oglio e il Serio, l'imperatore sbaraglia il campo. Il Carroccio dei milanesi, distrutto, è mandato come trionfo a Roma, Brescia è cinta d'assedio. La città resiste per 66 giorni, gli imperiali legano persino sulle torri mobili i prigionieri, come scudi umani, ma l'espediente feroce non serve a nulla. I prigionieri gridano agli assediati di non curarsi di loro, Ardizzone Poncarali uccide suo figlio, invitando i bresciani a non cadere nel tranello. E' un prezzo da pagare, il prezzo della libertà. L'imperatore è costretto a togliere l'assedio. Ma la città, poco dopo, cade sotto il giogo di due signorie sanguinarie, quella di Ezzelino (che muore, ferito in battaglia a Cassano d'Adda) e Oberto Pallavicini. I guelfi riprendono il comando della città e la consegnano a Carlo d'Angiò, chiedendo in cambio solo pace che, però, durerà pochi anni. Stavolta, in una tragica altalena, è la parte ghibellina a prendere il potere e, quando cala in Italia Arrigo VII, i guelfi riprendono le armi. E' il 1311 e Arrigo VII assedia la città. Per quattro mesi i bresciani resistono, con atti supremi di eroismo, poi devono arrendersi. La leggenda dice che, dopo aver giurato di tagliare il naso a tutti i difensori bresciani, l'imperatore si accontenti di mozzare quello di una statua-simbolo della città, il Mostassù delle Cossere, all'incrocio della contrada con corso Goffredo Mameli. Inizia un nuovo periodo di confusione e di lotte civili, fra bande e la città passa di mano in mano. Finisce sotto Roberto di Napoli (1319), Giovanni di Boemia, figlio di Arrigo VII (1330), Mastino della Scala (1332), Azzone Visconti ( 1339). Brescia a questo punto entra a far parte del ducato di Milano. I Visconti (Giovanni, Luchino, Bernabò e Gian Galeazzo) regnano fino al 1402, trasformando la città, zona militare di confine, in una fortezza inespugnabile. Alla morte di Gian Galeazzo riesplodono però gli odi fra guelfi e ghibellini. Questi ultimi, fuorusciti, si accordano con la vedova di Gian Galeazzo, Caterina Visconti, reggente del ducato. E Caterina manda a Brescia uno dei suoi capitani, il giovane e ambizioso Pandolfo Malatesta. Questi, occupata militarmente la città, si accorda coi guelfi e, dichiarando di essere creditore di ingenti somme di danaro dalla duchessa Caterina, chiede e ottiene come pagamento la signoria di Brescia. Per 17 anni Brescia vive così, come fosse la capitale di un minuscolo stato indipendente, poi le cose iniziano a girare male. Nel 1421 Francesco Bussone detto il Carmagnola, comandante delle milizie viscontee, sconfigge il Malatesta e riporta Brescia nell'orbita milanese. Signore della città diventa così Filippo Maria Visconti, e regna col pugno di ferro. I bresciani guelfi si ribellano, cingono d'assedio i ghibellini, asserragliatisi nel Castello, e chiedono aiuto a Venezia. I ghibellini fanno altrettanto, ma si rivolgono a Milano. Ed ecco che, da Venezia, arriva il Carmagnola: da un anno ha cambiato bandiera e padrone... Francesco Sforza con gli aiuti riesce a penetrare in città e, dal Castello, si difende come un leone. L'assedio è terribile, asfissiante, e lo Sforza cerca invano di romperlo: il Carmagnola taglia tutti i rifornimenti, ricaccia indietro le milizie di soccorso alla città. E poi nel 1427 sconfigge Filippo Maria Visconti in campo aperto, a Maclodio, nella Bassa. Brescia è dominio veneto e il Carmagnola ne riceve cittadinanza, titoli e onori. Ma non vivrà a lungo: i sospetti di tradimento, generati dal suo comportamento temporeggiatore, gli costeranno la vita (1432). Entrata nell'orbita della Serenissima, Brescia vi rimarrà per quasi quattro secoli, sino all'arrivo di Napoleone. E' un lungo periodo felice, anche per le arti e la cultura. Certo Brescia paga, in alcuni momenti, la sua posizione di estremo baluardo difensivo, sempre in mezzo alle lotte con i signori di Milano e ai grandi giochi di potere, incomprensibili per il popolo, delle alleanze europee.


Federico I

Il carroccio

Il conte di Carmagnola di F. Hayez

Il Rinascimento
E' solo nel giugno 1440 che Brescia torna libera, quando Francesco Sforza riesce a infliggere ai milanesi una sonora sconfitta a Soncino. Venezia premierà, commossa, il coraggio della città: tutte le terre della provincia e della valle Camonica vengono poste sotto la sua giurisdizione e da allora, nello stemma, appare la scritta Brixia Fidelis. Il doge di Venezia in persona abbraccia, in lacrime, i gentiluomini bresciani. Francesco Sforza, alla morte di Filippo Maria Visconti, di cui ha sposato la figlia, abbandona il comando dell'esercito veneto. Torna a Milano e ne diventa il duca. E, di nuovo, riesplode la guerra con Venezia. Solo il timore di un'invasione dei turchi, in seguito alla caduta di Costantinopoli, induce i contendenti a riflettere, a non indebolirsi ulteriormente e siglare una pace, quella di Lodi. Un altro momento difficile per la città di Brescia è nel 1508. Papa Giulio II, preoccupato per il crescere della potenza veneta, promuove contro la Serenissima la lega di Cambrai. Vi aderiscono fra gli altri Massimiliano d'Austria, Ferdinando II di Spagna e Luigi XII di Francia, nelle cui mani è nel frattempo caduto il ducato di Milano, rivendicato come eredità dei Visconti. La battaglia si svolge ad Agnadello (ed è detta della Ghiara d'Adda, la riva sinistra del fiume) e l'esercito veneto, tra le cui fila combattono settemila bresciani, ne esce clamorosamente sconfitto. Il 23 maggio Luigi XII a cavallo, tutto vestito di bianco, sotto un sontuoso baldacchino di panno azzurro coi gigli di Francia, entra in Brescia con tutti gli onori. Per molti è un liberatore. Ma già nel 1512, dopo un primo tentativo di insurrezione, scoppia una grande rivolta. E Gastone di Foix, impegnato nell'assedio di Bologna, a marce forzate, accorre a Brescia con un esercito di 20mila uomini. Riesce a salire in Castello con buona parte delle truppe, penetrando dalla porta del Soccorso, la galleria nella roccia, sul lato nord della fortezza. All'alba, terribile, il segnale dell'attacco. E del massacro. Il sacco di Brescia è di una crudeltà senza pari. I soldati francesi, i mercenari svizzeri e tedeschi, uniti alla canaglia cittadina, rubano, incendiano, uccidono e violentano. Non si salva niente e nessuno. I morti si contano a migliaia. Forse diecimila, tanto che non si sa nemmeno dove seppellirli. I congiurati, incatenati, sono passati per le armi, Luigi Avogadro, il capo della rivolta, viene decapitato insieme ai suoi due figli e i corpi, squarciati, sono appesi alle forche. Ma tanto in basso che i cani possano farne scempio. Gastone di Foix e gli ufficiali francesi, maledetti dai bresciani, muoiono pochi giorni dopo sotto le mura di Ravenna... E mentre i veneziani puntano a riprendersi Brescia, per i francesi il momento è assai difficile. La lega di Cambrai, sciolta dal Papa, ha lasciato il posto alla Lega Santa e stavolta Giulio II, in compagnia di Venezia, Spagna e Svizzera, ha deciso di liberare l'Italia dallo straniero, cioè dai francesi. Ma quando sembra proprio che Brescia possa ritornare sotto le ali di Venezia, il gioco delle alleanze muta il quadro politico. I francesi si accordano per consegnare Brescia agli spagnoli che, in attesa di una pace messa nero su bianco, la occupano. Ma Brescia è troppo importante per Venezia, per il suo sistema difensivo sulla terraferma. E allora la città di San Marco si allea con i francesi: la battaglia di Melegnano, nel Milanese, (detta anche dei giganti, per tutte le teste coronate che vi prendono parte) è decisiva. E grazie all'aiuto di Venezia i francesi riconquistano il ducato di Milano. Così, per ricambiare il favore, francesi e veneziani marciano subito, fianco a fianco, alla riconquista di Brescia. L'assedio dura sei mesi e poi gli spagnoli, sotto la guida del fiero governatore Icardo, accettano finalmente la resa, lasciando Brescia con l'onore delle armi. Venezia provvede subito a rinnovare tutte le difese della città: il Castello viene circondato da una seconda cinta di mura e viene scavata nella roccia la grande trincea (che oggi è la strada della Pusterla, l'inizio di via Turati) per separare il colle Cidneo dai vicini Ronchi. E ora che la città si trasforma in un baluardo imprendibile, le guerre si combattono lontano. Gli unici guai sono provocati dal passaggio obbligato, attraverso la Bassa e attorno al lago di Garda, delle truppe straniere che si spostano da un campo di battaglia all'altro. Transitano così (facendo man bassa di tutto quel che trovano sul cammino) gli svizzeri del cardinale di Sion, i francesi del visconte di Lautrech, le truppe tedesche del duca di Brunswich, i lanzichenecchi di Giorgio di Frundsberg: sono ondate tremende, di 15-20mila pendagli da forca ogni volta, veri flagelli che si abbattono sulla provincia, gettandola nella disperazione. E, lentamente, anche la decadenza di Venezia comincia a farsi sentire. A volte la Serenissima deve assistere impotente alle invasioni delle sue terre di confine e alle prepotenze di francesi e austriaci. Deplora, condanna, ma non interviene. Dal 1701 al 1707 è così, con le ostilità tra le maggiori potenze inaspritesi dal problema di successione spagnola. E cresce sempre più, con la diffusione dei princìpi di uguaglianza e di libertà, la voglia di affrancarsi da Venezia, chiusa in un isolamento (non più splendido) dal mondo, dai fermenti culturali, dal fatale cammino della storia. Il 1796 è la grande scintilla, con la vittoriosa campagna d'Italia del giovane Napoleone Bonaparte. E sull'onda della Rivoluzione Francese che resiste agli attacchi del mondo intero, gli eventi precipitano. Nella notte del 17 marzo 1797, giurando di "vivere liberi o morire", trentanove congiurati si riuniscono in palazzo Poncarali (in corso Magenta 56, l'attuale sede del Liceo Arnaldo) e preparano l'insurrezione armata. La guarnigione veneta se ne resta chiusa nelle caserme e alla sera la bandiera tricolore ( tre pezze color bianco, rosso e verde acquistate, per non dare nell'occhio, in tre botteghe diverse) sventola sulla città, dall'alto del Broletto. In provincia cacciare le milizie venete è faccenda più ardua, soprattutto sul Garda, dove devono intervenire i soldati francesi. Per otto lunghi mesi Brescia vive una sua piccola repubblica indipendente, con tanto di bolli, timbri, monete e un minuscolo esercito, la guardia nazionale bresciana. Poi, nell'ottobre 1797, il trattato di Campoformio fra Austria e Francia cede Venezia agli Asburgo, ma ingloba Brescia nella nuova Repubblica Cisalpina.


Gastone di Foix


Ritratto di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti
di Bonifacio Bembo


Napoleone prima della battaglia

L'Ottocento
Con la ripresa della guerra, nel 1799, la Francia viene sconfitta e deve cedere temporaneamente Brescia e la Lombardia all'Austria, ma, l'anno dopo, Napoleone ritorna alla testa di una grande armata. C'è anche una legione italica e, sotto il comando del generale bresciano Giuseppe Lechi, combatte il fior fiore dei patrioti della penisola. Il 10 giugno i francesi entrano trionfalmente in Brescia e rinasce la Repubblica Cisalpina che, nel 1805 (quando Napoleone, imperatore dei francesi, cinge a Milano la corona ferrea dei re d'Italia) si trasforma in Regno d'Italia. Al crollo dell'impero napoleonico (1815) l'Austria si riprende Brescia e il suo territorio e il Congresso di Vienna, fra le potenze vincitrici, ripristina lo status quo, la situazione politica a prima di Napoleone. Senza tener conto del fatto che le idee di libertà e di uguaglianza della rivoluzione francese hanno ormai cambiato il mondo. E nel nascente movimento carbonaro, il partito rivoluzionario clandestino, Brescia è con Milano uno dei centri più attivi. I moti rivoluzionari si accendono e si spengono, nel sangue, in varie zone d'Italia, ma al Nord la grande illusione è nel marzo 1849. Anzi per anticipare l'arrivo, dato per certo, dei piemontesi (non sarà purtroppo così: Carlo Alberto a Novara sarà sconfitto: "I Savoia scelgono la via dell'esilio, non del disonore", rinbatterà il re torinese, rifiutando un armistizio troppo pesante per lo Stato sabaudo) Brescia insorge contro gli austriaci. Per dieci giorni interminabili e drammatici i bresciani, proprio come hanno fatto i milanesi l'anno prima con le Cinque Giornate, tengono testa all'esercito austriaco del capitano Loeschke, asserragliato dentro le mura del Castello. E subito dalle fortezze del Quadrilatero (Mantova, Peschiera,Verona e Legnago) arrivano i rinforzi, al comando del generale Nugent, con tanto di artiglieria. Ma è impossibile piegare la resistenza degli insorti. Ci pensa allora il vecchio generale Haynau, penetrando di notte con le sue truppe, come più di tre secoli prima Gastone di Foix, attraverso la porta del Soccorso sino in Castello: ricorre poi ad ogni mezzo per aver ragione della banda di Tito Speri e compagni. Con un attacco contemporaneo a tutte le porte della città, con gli incendi, con le più grandi efferatezze. Ordina di distruggere ogni cosa, di massacrare all'arma bianca anche donne e bambini, gettando i pezzi dei cadaveri contro le barricate, trasformando i prigionieri, in mezzo alle strade, in torce umane, con bidoni di acqua ragia. I bresciani non mollano, con le lacrime agli occhi. Carlo Zima, cosparso di acqua ragia, nel momento in cui i soldati austriaci gli appiccano il fuoco, ne afferra uno e lo porta con sè, avvinghiato, sin nell'aldilà. Haynau ha un tremito nel vedere tanto coraggio ed esclama: "Avessi trentamila bresciani, in due giorni conquisterei Parigi!". Ma sotto il rullo compressore dell'artiglieria austriaca gli insorti devono arrendersi. Da quelle gloriose Dieci Giornate Brescia diventa la Leonessa d'Italia (un titolo attribuitole dai poeti Aleardo Aleardi e Giosuè Carducci) mentre il crudele Haynau viene bollato d'infamia col marchio di "jena di Brescia". I patrioti che non riescono a fuggire (chi lascia la città verrà poi amnistiato nell'agosto 1849 dal generale Radetzky) sono fucilati nel fossato di sinistra, all'ingresso del Castello. Tito Speri, l'eroe delle Dieci Giornate sale sul patibolo nel 1853, sugli spalti di Belfiore a Mantova. Insieme a lui altri "martiri", patrioti col sogno di un'Italia libera, un'Italia degli italiani nel cuore. "Io non vado alla forca", scrive Tito Speri all'amico Alberto Cavalletto poche ore prima dell'esecuzione,"ma alle nozze: è l'anima che ti parla, o Alberto, quell'anima che domani pregherà per te, per mia madre, e per tutti, come spero, al fianco di Dio". Non solo gli austriaci negano a Tito Speri la sepoltura in terra consacrata, ma alla madre fanno avere il conto dettagliato delle spese sostenute per l'impiccagione...

Lieta del fato Brescia raccolsemi,
Brescia la forte, Brescia la ferrea,
Brescia leonessa d'Italia
beverata nel sangue nemico.
Giosuè Carducci

Brescia ritorna alla ribalta mondiale con la seconda guerra d'indipendenza (1859). Grazie all'abilità diplomatica di Cavour, il piccolo regno piemontese non solo è riuscito a ottenere l'attenzione e il compiacimento delle potenze europee ( per aver inviato un glorioso corpo di bersaglieri, al comando del generale Lamarmora, alla guerra di Crimea), ma si è meritato l'appoggio e la simpatia di Napoleone III. E un'alleanza, in caso di aggressione austriaca. Ben presto, nel 1859, i francesi accorrono in aiuto del piccolo coraggioso stato sabaudo: sconfitti a Montebello, a Palestro e a Magenta, gli austriaci ripiegano verso le loro roccaforti del Quadrilatero. Lasciano in fretta anche Brescia, che accoglie in festa Giuseppe Garibaldi coi suoi Cacciatori delle Alpi: appena fuori della città i garibaldini, tra Rezzato, Treponti e Castenedolo, combattono furiosamente. Gli austriaci sono di molto superiori, ma devono arretrare. All'alba del 24 giugno l'esercito austro-ungarico, forte di circa 160mila uomini, si scontra con quello degli alleati. Più che di una battaglia bisogna parlare di varie battaglie contemporanee, di cui è impossibile, per tutta la giornata, avere una visione d'insieme. Una cosa è certa: il grosso del combattimento per i francesi è a Solferino, per i piemontesi sulle alture di San Martino. La battaglia è violenta, sanguinosa come non mai. E l'Impero austro-ungarico lascia sul terreno, fra morti e feriti, circa tredicimila soldati, oltre novemila sono i prigionieri. Anche tra i francesi le perdite sono notevoli: circa dodicimila uomini, cui si devono aggiungere almeno seimila piemontesi. Un massacro. A rendere ancor più disastrosa la situazione sanitaria è la mancanza di servizi medici adeguati, di cure, di carri per il trasporto negli ospedali. E' la popolazione alla fine a ospitare nelle proprie case i feriti, c'è gente che parte sin da Brescia con carri pieni di medicinali e di viveri: un miracolo di patriottica solidarietà. Ma il ricordo di tanto orrore e di tanta impreparazione sanitaria da parte degli eserciti ispirerà allo svizzero Henry Dunant la fondazione di una speciale organizzazione internazionale, la Croce Rossa (1864). Ad ogni modo Napoleone III, forse pago di una vittoria ottenuta a così caro prezzo, ma sicuramente preoccupato delle ripercussioni in patria per una guerra decisamente impopolare, firma la pace a Villafranca. Per i piemontesi, che già puntano a liberare Venezia, quel gesto ha un po' il sapore di un tradimento, ma il trattato di pace segna la cessione da parte degli Asburgo di tutta la Lombardia. E Brescia passa sotto il regno sabaudo. La spedizione dei Mille (con ben 77 bresciani pronti ad accorrere al richiamo di Garibaldi) e poi le annessioni plebiscitarie di città e intere regioni daranno ben presto il via al Regno d'Italia. Fondendo la storia di Brescia con la storia della nuova Nazione.


Opera di Giovan Battista Lombardi in ricordo delle Dieci Giornate

31 Marzo 1849: la barricata di San Barnaba

Tito Speri

Monumento a Tito Speri di Domenico Ghidoni

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